LA NOSTRA STORIA

Inizialmente una decina di persone e poi sempre di più: a volte, la sera, contandoci, arriviamo anche a 60 nomi, storie e sorrisi. 
E da quel tavolo sono nate tante altre storie, amicizie, qualche amore, tanti progetti, accomunati dal desiderio di continuare a tenderci la mano vicendevolmente, fino a diventare un’associazione vera e propria.

 

Era l’inverno del 2015, precisamente febbraio. 37 persone in-migranti, approdate poche ore prima sulle coste siciliane, entravano nella casa che per i tre mesi successivi li avrebbe ospitati:

il Centro di soggiorno Morosini al Lido di Venezia. 

Per questi giovani uomini, principalmente di origine siriana, non fu possibile, però, riposarsi dopo l’estenuante, doloroso e pericoloso viaggio: ad attenderli c’era una folla di cittadini arrabbiati, convinti di doversi difendere, di dover aver paura. Poco inclini a scoprire chi avessero di fronte, insomma. 

Fortunatamente, pochi giorni dopo, poterono incontrare l’altro volto dei cittadini lidensi, che li accolse con sorrisi e gentilezza, mettendosi a disposizione per far scoprire quest’angolo di laguna veneziana, insegnando loro una nuova lingua per capirsi un po’ di più; si sentirono meno soli, si sentirono accolti. 

Gli stessi cittadini, due mesi dopo, al momento del trasferimento delle persone in terraferma, attivarono uno dei protagonisti della nostra storia: don Nandino Capovilla. Perché, se una persona a cui tieni va a vivere in un luogo diverso, un luogo dove conosci qualcuno, beh, queste persone vanno messe in contatto! Per sentirsi meno soli all’arrivo. 


Nandino Capovilla era parroco della parrocchia della Cita, quartiere multiculturale di Marghera, dal 2013 e in quei pochi anni aveva già creato reti e relazioni fra i suoi parrocchiani, alcuni margherini storici e tra chi, questa città, la stava conoscendo pian piano, perché arrivato da posti lontani. 

Nei giorni in cui i ragazzi in-migranti dal Lido di Venezia venivano spostati a Marghera, il parroco prese una decisione che ci porta ad essere qui oggi, quasi sei anni dopo: aprire le porte della sua casa per far sentire a casa tutti e tutte. 


Così nasce quella che oggi chiamiamo la Casa di Amadou: con l’idea di far sentire a Casa chi una casa non sentiva di averla, non potendo cucinare ciò che desiderava, non potendo guardarsi in tranquillità una partita, non potendo avere un po’ di silenzio attorno. 

Nella canonica della parrocchia della Resurrezione hanno iniziato a trovare casa tante delle persone in-migranti che vivevano fra Marghera e Mestre, scoprendo per caso la sua esistenza. Alcuni conoscevano don Nandino, che spesso si recava nella stanza adibita a luogo di preghiera per i musulmani della città, altri frequentavano il corso di italiano attivato da alcuni volontari della parrocchia, altri, semplicemente, venivano invitati dagli amici che già conoscevano quel posto “amico”. 


Avete presente quando ci si accoglie a vicenda? Succedono le cose più inaspettate. Per questo sono nate le cene del giovedì sera: chi stava pian piano imparando l’italiano ha sentito il desiderio di far scoprire alle proprie insegnanti i sapori della propria terra e così, preparando mafé, attiéké e un buon kheer, seduti attorno al tavolone nel soggiorno, è iniziata una tradizione che prosegue ancora oggi. 


Passati alcuni mesi, uno dei ragazzi che ormai frequentavano assiduamente le cene e gli spazi messi a disposizione, Amadou, scelse di provare a cercare lavoro al sud, in agricoltura. Dopo qualche settimana dalla partenza quasi disperato, chiamò don Nandino raccontando la situazione davvero terribile in cui si trovava: sfruttato sui campi, sottopagato, spesso senza cibo. 

Il parroco condivise il racconto con le persone che si incontravano per la cena settimanale, raccontando quello che accadeva sui campi del foggiano e come Amadou stesse vivendo queste difficoltà. Così si decise, insieme, di intitolare simbolicamente questo momento di incontro “La Casa di Amadou”, indicandolo così come un luogo dove Amadou avrebbe ritrovato compagni, fratelli ed amici, una volta rientrato. 

Rimane ancora oggi, sei anni dopo, il modo che indichiamo quando ci troviamo per le cene, per le feste, per stare assieme, per definirci.


Inizialmente una decina di persone e poi sempre di più: a volte, la sera, contandoci, arriviamo anche a 60 nomi, storie e sorrisi. 

E da quel tavolo sono nate tante altre storie, amicizie, qualche amore, tanti progetti, accomunati dal desiderio di continuare a tenderci la mano vicendevolmente, fino a diventare un’associazione vera e propria. 

 

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